Oggi alla Tobagi ci chiedono di fare un esercizio. “Retroblogging“: raccontare un evento del passato che sarebbe finito sul blog. La mia mente è corsa a una foto storica. E’ la notte del 17 ottobre 1968 a Città del Messico. L’anno è di quelli che non si dimenticano: le proteste giovanili in tutta Europa, la primavera di Praga strozzata dai russi, l’assassinio di Martin Luther King. Mi piace immaginare che il 18 ottobre, su Un mondo di Sport, avrei scritto quello che segue.


Non possono avere poco più di vent’anni. Sul volto portano il peso di una generazione che protesta. La nostra. Tommie Smith ha 24 anni, John Carlos 23. Peter Norman, il più vecchio, 26. Proprio lui, medaglia d’argento, bianco tra due neri, sembra fuori posto. Sembra. Anche lui partecipa alla protesta. Che non è una “contestazione”. Anche perché Tommie Smith ha ben poco da contestare. Ha appena vinto l’oro olimpico nei 200 metri segnando un record del mondo insensato. 19’83”, primo uomo al mondo sotto i 20 secondi. La protesta di Smith e dei suoi compagni non è un lamento. E’ molto di più: una testimonianza. Pro-testare significa “attestare pubblicamente”: questa è la missione di Tommie Smith e John Carlos. Dicono pubblicamente, a tutto il mondo, quanto i neri siano ancora discriminati. E Peter Norman, bianco, australiano, è con loro.

Ieri notte, allo stadio di Città del Messico, la storia dello sport e la Storia del mondo correvano nelle stesse corsie: la 3, la 4 e la 6. Alla fine Tommie Smith ha volato gli ultimi metri con le braccia al vento, mentre Peter Norman soffiava l’argento a Carlos sul fotofinish.

Eppure non è questa la notizia della notte. Perché la gara conta fino a un certo punto. Forse un giorno il record di Smith sarà battuto. Quello che succede dopo, sul podio, rimarrà per sempre.

Smith e Carlos si sono presentati scalzi alla premiazione. Sono saliti sul loro gradino del podio, e quando l’inno americano è partito, hanno alzato al cielo un pugno coperto da un guanto nero. Il destro, Smith. Il sinistro, Carlos. Nel dopo gara hanno spiegato che il loro gesto è per i neri che vengono maltrattati e uccisi nel mondo.

E Peter Norman? Non era scalzo, non aveva guanti. Ma portava sul petto, sopra lo stemma della federazione australiana, l’adesivo che compare anche sulle tute degli americani. E’ il simbolo dell’ “Olympic Project for Human Rights”, un movimento di atleti afroamericani che lottano per i diritti civili dei neri. Secondo il fondatore dell’OPHR, il prof. di Berkeley Harry Edwards, gli afroamericani avrebbero dovuto boicottare le Olimpiadi di Città del Messico. Con la notte di ieri, probabilmente, il movimento ha ottenuto molto di più.

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Cosa succederà ora? Il Comitato Olimpico Internazionale non ha preso bene il fatto. Si dice che Smith e Carlos verranno espulsi dal villaggio olimpico. Intanto, uno è l’uomo più veloce del pianeta e campione olimpico sui 200 metri piani. E tutti e due, insieme a Peter Norman, hanno scritto una pagina di storia.

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