Dopo i fatti di domenica 4 dicembre, sono molto preoccupato. E non sto parlando di referendum. Sono preoccupato perché, nell’Italia del 2016, un personaggio pubblico abbastanza conosciuto può dire frasi razziste senza essere subito sanzionato.

L’episodio è noto: alla fine del derby di Roma, il laziale Lulic ha attaccato in tv l’avversario Rudiger dopo alcuni screzi in campo. «Due anni fa a Stoccarda vendeva calzini e cinture, adesso fa il fenomeno», le parole del bosniaco (l’ex squadra di Rudiger è appunto lo Stoccarda).

Ieri, quasi ventiquattro ore dopo l’episodio, Lulic si è scusato con un post su Facebook:

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Gesto corretto, ma non basta. Questa vicenda a mio parere rivela tre fatti: che bisogna chiamare le cose con il loro nome; che la velocità è una parte importante in un processo educativo; e che gli sportivi, come tutti i personaggi pubblici, hanno delle responsabilità in più.

  1. Chiamare le cose con il loro nome
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    Il difensore della Roma Antonio Rudiger

    Le parole di Lulic non sono state «infelici». Bisogna chiamare le cose con il loro nome, soprattutto quelle brutte. Altrimenti non si potrà mai affrontarle. Le parole di Lulic sono state razziste, punto. Denigrano in modo inaccettabile un uomo con la pelle diversa, e anche tanti ragazzi che vediamo disperati nelle nostre città.

  2. La velocità è importante
    In questi casi bisogna prendere provvedimenti subito. Se no, si apre il dibattito: “Era un momento di tensione…”, “Non lo pensa veramente…”. E in qualche modo, rimane nell’aria l’idea che quell’espressione non sia poi tanto grave. Il messaggio che deve passare è esattamente l’opposto: certe cose non vanno pensate nemmeno per sbaglio. E se qualcuno non solo le pensa, ma le dice pure, ne paga le conseguenze anche (e anzi, soprattutto) se è un idolo del calcio.
  3. Gli sportivi hanno delle responsabilità in più
    Non è in discussione la “moralità” di Lulic. Né è nostro compito dare giudizi morali. Restiamo ai fatti: Lulic è un personaggio pubblico e fa un mestiere privilegiato, che gli dà parecchia visibilità. E pure tanti soldi. Anche per questo lui, come tutti i suoi colleghi, ha delle responsabilità maggiori. In America dicono che gli sportivi devono «set an example», essere d’esempio. Sono le regole d’ingaggio: fai una vita da sogno, ma devi stare attento. E infatti di là dall’Oceano chi compie azioni discriminatorie paga, subito e senza fiatare.

In Italia, invece, la stiamo prendendo come al solito in modo soft. La Procura Federale della Figc ha «aperto un’inchiesta» per accertare se le frasi di Lulic comportino razzismo o “semplice” «violazione dei principi di lealtà sportiva» (è lecito chiedersi cosa c’è da «indagare», davanti a una dichiarazione pubblica in diretta nazionale…). Per questo ci vorrà del tempo, forse una settimana o anche di più. Secondo le indiscrezioni di Repubblica, comunque, la Procura non giudicherebbe le frasi come razziste.

È un’occasione persa, un’altra, per fare in modo che il calcio possa dare il buon esempio.
E allora gli spot “No to racism” coi faccioni dei calciatori servono a poco, se davanti agli episodi concreti facciamo finta di non vedere.

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