Su Avvenire di oggi ho letto un articolo molto bello di Mauro Berruto (già allenatore della nazionale di volley): “Lo sport a Cuba, Fidel Castro e quegli ultimi sorrisi d’oro”. Se avete 3 minuti, vi consiglio di leggerlo. Parla della passione di Fidel, della breve (ma vincente) carriera da allenatore del “Che”, e di un sogno: lo sport come mezzo di promozione e crescita sociale.

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A Cuba, la rivoluzione del 1959 proclamò lo sport “Derecho del pueblo”: diritto del popolo. Il regime di Fidel Castro investì molto in strutture sportive; grandi allenatori arrivarono dai Paesi amici (l’Unione Sovietica e altri regimi comunisti). Gli obiettivi non erano solo ideali: lo sport è un elemento di aggregazione, e condividere un mito sportivo genera unione in un popolo. È un elemento ricorrente nella storia, e noi italiani dovremmo saperlo (vedi alle voci “1994”, “discesa in campo”).

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Sta di fatto che gli investimenti di Castro nello sport sono un fatto. E i risultati si vedono ancora oggi. Secondo una ricerca citata dal New York Times, circa il 95% dei Cubani hanno praticato almeno un’attività sportiva («Dai bambini che iniziano le lezioni di educazione fisica all’età di 5 anni, alle nonne che si radunano per i corsi di tai chi»).

Non solo: nelle competizioni internazionali, Cuba è uno dei Paesi più titolati in rapporto alla popolazione nazionale. Alle ultime Olimpiadi, Cuba ha vinto 11 medaglie di cui 5 d’oro, un trionfo ogni 2 milioni e 300 mila abitanti. Con la stessa stima, l’Italia avrebbe dovuto vincere 26 ori (invece ci siamo fermati a 8).

Robeisy Ramirez, oro nella boxe a soli 22 anni
Robeisy Ramirez, oro nella boxe a soli 22 anni

E come non ricordare i grandi campioni della storia dello sport cubano? Per esempio il saltatore Javier Sotomayor, unico uomo capace di volare a 2.45 nel salto in alto, record imbattuto dal 1993:

O il pugile Teofilo Stevenson, che vinse per tre volte l’oro olimpico nei massimi (1972-1976-1980). Nel 1975 gli offrirono cinque milioni di dollari per sfidare Muhammad Ali in un match per il titolo mondiale. Ma avrebbe dovuto passare al professionismo, rinunciando a competere alle Olimpiadi. E Stevenson rispose: «Cosa valgono cinque milioni di dollari, quando ho l’amore di otto milioni di cubani?».

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E poi le grandi squadre di volley (la femminile oro dal 1992 al 2000) e baseball, e anche tanti atleti di livello emigrati all’estero: noi italiani, per esempio, abbiamo conosciuto i naturalizzati Taj Aguero (volley) e Frank Chamizo (lotta, bronzo con lacrime a Rio).

Risultati costruiti nel tempo, dunque. Ma con una doppia faccia. La storia di Stevenson non è casuale: passare al professionismo, a Cuba, era vietato sotto il regime di Castro. Lo impose una legge del 1961: dato che lo sport doveva essere “di tutti”, gli sportivi erano obbligati a rimanere dilettanti. Niente ingaggi nelle leghe professionistiche di altri Paesi, decine di atleti privati della possibilità di competere (e guadagnare) sui campi da gioco più importanti.

Nel 2013, Raul Castro (che dal 2008 ha preso il potere al posto del malato Fidel) ha abolito la norma: il divieto resta solo per i giocatori di baseball che non possono passare alla americana MLB (il top al mondo). Ma ancora per quanto? Ecco allora, come ha titolato proprio il New York Times, che lo sport rivela “la forza e la debolezza di Cuba”: una grande organizzazione, una restrizione a tratti brutale dei diritti.

E forse anche per questo, come scrive Gianni Riotta su La Stampa, la storia non assolverà Fidel Castro.

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