Il maratoneta è un uomo solo. Un passo dopo l’altro: destro, sinistro, destro, sinistro. Per 42 chilometri, solo con te stesso: le tue gambe, il tuo respiro, i tuoi pensieri.

La solitudine del maratoneta è diventata anche un tema artistico. Nel 1959 lo scrittore inglese Alan Sillitoe scrisse una storia che diede il nome a una raccolta, The loneliness of the long distance runner. Da quell’opera fu tratto un film e, più avanti, gli Iron Maiden ne musicarono una canzone.

With every step you tread    (Per ogni passo che percorri)
And every breath you take   (E per ogni respiro che fai)
Determination                         (La determinazione)
Makes you run never stop    (Ti fa correre senza mai fermarti)

Feyisa Lilesa, nato nel 1990, etiope, ha concluso la maratona olimpica di Rio 2016 al secondo posto. Medaglia d’argento.

Ma per lui la solitudine del maratoneta è continuata anche dopo il traguardo. Ha protestato per la sua gente, gli Oromo perseguitati da un regime. E ora è all’estero, lontano dagli amici, dalla moglie, da due figli piccoli. Ancora solo, come un maratoneta.

Alla premiazione, Lilesa mostrava di avere organizzato tutto per tempo. Portava ancora le braccia incrociate: è il gesto degll Oromo, che il governo etiope (guidato dai rivali Tigray) sta perseguitando. La zip della felpa era aperta, a spaccare in due la scritta col nome della sua nazione, per segnalare l’Etiopia frantumata dalla violenza. Il polsino bianco, rosso e nero mostrava i colori degli Oromo.

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Che fine ha fatto Lilesa? È vivo, e già questa è una notizia. Ha trovato asilo in America: da quel 21 agosto, data della maratona a Rio, non è più tornato a casa. Si è spostato a Washington, poi in Arizona dove si allena. A dicembre ha partecipato alla maratona di Honolulu, classificandosi quarto. Il suo obiettivo ora è Londra, ad aprile.

Pochi giorni fa, Lilesa ha avuto una soddisfazione: l’organizzazione Foreign Policy lo ha inserito tra i 100 pensatori più influenti del 2016. Motivazione? Ispira le persone «challenging the power», sfidando il potere. Al prezzo tremendo dell’esilio.

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E come va per gli Oromo? Da agosto, le cose sono peggiorate. La regione di Oromia è la più fertile dell’Etiopia, e il governo ha avviato politiche repressive contro i suoi abitanti (la situazione è spiegata bene qui). Si stimano circa 700 morti da inizio anno, più centinaia di sparizioni e arresti. I titoli dei giornali sono spariti, le violenze sono rimaste. Come la solitudine di Lilesa.

You reach the final stretch               (Sei allo sforzo finale)
Ideals are just a trace                       (Gli ideali sono solo una traccia)
You feel like throwing the race       (Senti di mollare tutto)
It’s all so futile                                    (E’ tutto così inutile)

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A posteriori, ha fatto bene Lilesa a protestare? Le cose per gli Oromo non sono cambiate, lui è al sicuro ma ha perso la famiglia.

Noi proviamo a mettere sul piatto solo due riflessioni. La prima: è impossibile giudicare, dal nostro pacifico punto d’osservazione, le scelte di un ragazzo che vive un dramma come questo. Possiamo solo rispettarle profondamente.

E la seconda: se Feyisa Lilesa fosse stato americano, invece che etiope? In un altro tempo storico è già accaduto qualcosa di simile: era la notte dei pugni guantati a Messico ’68. L’Etiopia non sono gli Stati Uniti, e il mondo dei media ha le sue regole che danno diversa risonanza delle notizie. Intanto però, la lotta degli Oromo ha superato i confini africani. Anche rompendo le rigide regole dei Giochi, che vietano qualsiasi manifestazione politica. Lilesa ha detto: «Avrei avuto rimpianti per il resto della mia vita, se non avessi fatto quel gesto». Pagando un prezzo carissimo, ha mandato un segnale al mondo.

I’ve got to keep running the course                    (Devo continuare a correre la gara)
I’ve got to keep running and win at all costs   (Devo continuare a correre e vincere a tutti i costi)
I’ve got to keep going be strong                           (Devo essere ancora forte)
Must be so determined and push myself on     (Devo essere determinato e spingermi oltre)

Per tutto questo, per quello che vale, non Cristiano Ronaldo, non Usain Bolt, non Simone Biles ma lui, Feyisa Lilesa, è il nostro atleta simbolo di questo 2016.

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